Mi chiamo Giorgio Montersino, ho una sorta di doppia identità. Di giorno lavoro come designer per il web (o più precisamente, come consulente di marketing/branding, specialmente sui social media), per Digital Natives. Collegato a ciò, lavoro anche – con le stesse persone – a TripShake, un community spettacolare, utile per organizzarsi i viaggi.
La mia seconda identità è quella di fotografo free-lance. Viaggiante. Sono un viaggiatore naif, giro il mondo con la testa tra le nuvole ed essenzialmente scatto un mare di fotografie. Le mie destinazioni preferite sono quelle politicamente calde, ma anche i luoghi meno esplorati o le bellezze naturali. Ma la cosa più importante sono le persone: viaggiando ne incontro un sacco e adoro scattare ritratti (ammetto, anche agli sconosciuti). Ho una forte passione per il Medio Oriente e per le vicende storiche e contemporanee della regione. Ho molti amici da quelle parti e li vado a trovare ogni volta che posso.
La mia identità è quindi una sovrapposizione e intersezione di gruppi e caratteristiche di pensiero, e sono sparse per il web. Date un’occhiata ai link a sinistra!
Alcuni di voi hanno forse seguito i diari di viaggio mediorientali che ho pubblicato a quest’indirizzo l’estate scorsa e fino a qualche settimana fa. Il redesign di questo sito si è reso necessario per presentare più cose e più informazioni generali circa le mie attività.
Inizialmente non avrei neanche voluto inserire il blog, ma in effetti… perché no!
Spero di riuscire ad aggiornarlo spesso. Nel frattempo, ho importato alcuni degli articoli che avevo scritto per il blog di Digital Natives.
Un super-mega-fantastrabilious BRAVI a Stefano Migliore e Francesca Casadei (o “LaFra” per i frequentatori di blog o girl geek dinners), che hanno vinto il leoncino d’oro al Festival della pubblicità di Cannes, nella categoria Media dei Young Lions.
Di solito non siamo fortunatissimi a Cannes, ma questo premio finalmente inorgoglisce tutta la nostra splendida Italia giovane e creativa, che si lustra la criniera sotto il sole dorato della Costa Azzurra!
Che forma ha una vera preghiera? Rime, melodie, metriche, consistenza con il passato, la scelta delle parole giuste? O cristallizzate nella memoria di adolescenti che ricordano i lunedì pomeriggio all’oratorio. Ci sono le tre righe di Baricco, «Signore buon Dio / abbiate pazienza / son di nuovo io» (Oceano Mare), quasi insuperate finora, nel rappresentare un rapporto consapevole, praticamente razionale. Ma c’è un’altra pagina che mi ha scioccato, anzi commosso: l’incipit di Figli del limo di Queneau. Eccola:
«Cinque franchi, cento soldi, quelli che ti darò, proprio qui: cinque franchi dei miei che ho guadagnato con la mia frutta e verdura sant’Antonio da Padova, se quest’anno i parigini tornano come gli anni scorsi, con le auto e le figlie e gli amici, soprattutto con le figlie, soprattutto quella grande bionda, e se ritornano da me a comperare la frutta e le olive da prendere con l’aperitivo che loro poi prendono da Bossu il mio vicino, il barista. Che ritornino, che ritornino, ti prego sant’Antonio. Qui vicino c’è la loro domestica che forse prega perché invece non ritornino. Sant’Antonio benedetto, fai che la mia preghiera sia più forte della sua. Se lei domanda questo, vuol dire che ha delle cattive intenzioni. Le mie intenzioni non sono cattive. Non è tanto per il guadagno che faccio sulla frutta che loro mi comperano che io ci tengo al loro ritorno. Ecco com’è: io vorrei che tu li facessi tornare, per il fatto che è un piacere vederli perché sono ricchi e sono belli, le ragazze naturalmente. E non dico questo per via delle ragazze, perché io sono sposato, tu lo sai grande sant’Antonio da Padova, perché io sono sposato anche se mia moglie non è molto carina con me.»
E aggiunse, come un vero cugiano: «Mio Dio, prega per me Sant’Antonio da Padova.» Raymond Queneau, Figli del limo, Einaudi 2003, pag. 1
Senza dimendicare anche il cupo percorso di crescita del giovane Dedalus. Una tormenta continua che si dimena tra privazioni e sollecitazioni per un terzo di libro, per finire con la più lucente delle verità individuali:
Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la Chiesa: e tenterò di esprimere me stesso in un qualunque modo di vita o di arte quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.
(…) Mi hai fatto confessare le paure che sento. Ma ti dirò anche che cos’è che non mi fa paura. Non mi fa paura esser solo o venir sprezzato per un altro o lasciare tutto ciò che tocchi lasciare. E non mi fa paura commettere un errore, anche un grande errore, un errore che duri quanto la vita e magari tutta l’eternità. James Joyce, Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, Adelphi 1990 (trad. Pavese)
Ecco le basi. Per cosa volete, una vita imprenditoriale, una lotta idealistica, una riflessione religiosa. Ogni tanto le cito, mi sembrava giusto fissarle anche qui.
Questa settimana è entrata nell’arena di YouTube anche la Regina di Giordania. Sua Altezza Rania Al Abdullah, splendida figliola, moglie del buon Re Abdullah II, attivissima in una serie di iniziative umanitarie (per l’Unicef, al World Economic Form, ecc.) chiede ora di snocciolare i nostri pregiudizi circa il mondo arabo. Pubblica un video su YouTube e chiede agli utenti di esprimersi in libertà, con creatività, producendo video che illustrino i loro cattivi pensieri.
Brutta, bruttissima idea, cara Rania. Io Vi voglio bene e Vi adoro per il Vostro coraggio, ma se l’intenzione era di “break them one by one”, well, Vi devo dire che non credo ci riuscirete.
In una settimana il video è stato visto da quasi un milione di persone (che hanno lasciato oltre 1000 commenti) e sono già 33 i video di risposta. Ne usciranno molti altri nei prossimi giorni e alcuni di questi sono davvero efficaci nel sottolineare le caratteristiche del mondo arabo che noi odiamo. La mancanza di libertà, l’aggressività, l’ipocrisia nell’accusare senza autocritica, l’incoerenza nel rispettare gli accordi, ecc. Il punto è che non sono stereotipi, sono proprio cose che esistono e che noi odiamo, e che sappiamo mettere in immagini+musica molto bene.
Finalmente un’altra nottata nel salotto di casa, seduto sul tappeto con una fornitura di CocaCola e merendine. E naturalmente il portatile e SKY Cinema (più probabilmente E!Entertainment). La notte degli Oscar inizia tra due ore e io non vi ho ancora detto che Beaufort è un gran film!
È ufficiale: faccio il tifo per Beaufort nella categoria film stranieri. No, non ho visto gli altri, quindi sono così pregiudizievole. Ma non me ne frega niente.
Insomma? Parla del ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano, nel 2000. Anzi, è la storia di uno dei ragazzi, quello che deve guidare la ritirata e governare gli ultimi giorni di guardia sul monte Beaufort (storico fortino crociato e campo di battaglia leggendaria durante la presa della zona). Il nemico è indefinito, è essenzialmente una voce d’altoparlante che dice “impatto, impatto” nel momento in cui un missile cade sul castello. Il tono dell’altoparlante assomiglia sia al muezzin che chiama alla preghiera, sia all’allarme antimissile “colore rosso, colore rosso” di Sderot, in attesa delle fantasmatiche esplosioni fiocinate dalla striscia di Gaza.
Liraz ha 22 anni, 3 in meno di me, è nervoso e istintivo, e quando il suo compagno ferito chiede il suo aiuto urlando “LiRRaassszz” (con una splendida r moscia) lui si blocca e non esce. Insomma è un personaggio molto umano, coraggioso come la sua condizione gli chiede di essere. E ciò che nasce, pezzo per pezzo, nella disintegrazione mentale e fisica di Liraz è la domanda: che senso ha ’sta guerra?
Il bello del film è che non dà la risposta. Anzi (ma forse è il mio bias) ci ho letto un “perché gli arabi ci costringono a combattere questa guerra senza senso?” Insomma, è un film equilibrato, senza enormi pretese ma una presa diretta sull’umano sentire di chi vive quell’esperienza. E anche qualche effetto speciale.
Ahimé è solo in ebraico, ma su OpenAds ci sono anche i sottotitoli!