Che forma ha una vera preghiera? Rime, melodie, metriche, consistenza con il passato, la scelta delle parole giuste? O cristallizzate nella memoria di adolescenti che ricordano i lunedì pomeriggio all’oratorio. Ci sono le tre righe di Baricco, «Signore buon Dio / abbiate pazienza / son di nuovo io» (Oceano Mare), quasi insuperate finora, nel rappresentare un rapporto consapevole, praticamente razionale. Ma c’è un’altra pagina che mi ha scioccato, anzi commosso: l’incipit di Figli del limo di Queneau. Eccola:
«Cinque franchi, cento soldi, quelli che ti darò, proprio qui: cinque franchi dei miei che ho guadagnato con la mia frutta e verdura sant’Antonio da Padova, se quest’anno i parigini tornano come gli anni scorsi, con le auto e le figlie e gli amici, soprattutto con le figlie, soprattutto quella grande bionda, e se ritornano da me a comperare la frutta e le olive da prendere con l’aperitivo che loro poi prendono da Bossu il mio vicino, il barista. Che ritornino, che ritornino, ti prego sant’Antonio. Qui vicino c’è la loro domestica che forse prega perché invece non ritornino. Sant’Antonio benedetto, fai che la mia preghiera sia più forte della sua. Se lei domanda questo, vuol dire che ha delle cattive intenzioni. Le mie intenzioni non sono cattive. Non è tanto per il guadagno che faccio sulla frutta che loro mi comperano che io ci tengo al loro ritorno. Ecco com’è: io vorrei che tu li facessi tornare, per il fatto che è un piacere vederli perché sono ricchi e sono belli, le ragazze naturalmente. E non dico questo per via delle ragazze, perché io sono sposato, tu lo sai grande sant’Antonio da Padova, perché io sono sposato anche se mia moglie non è molto carina con me.»
E aggiunse, come un vero cugiano: «Mio Dio, prega per me Sant’Antonio da Padova.»
Raymond Queneau, Figli del limo, Einaudi 2003, pag. 1
Senza dimendicare anche il cupo percorso di crescita del giovane Dedalus. Una tormenta continua che si dimena tra privazioni e sollecitazioni per un terzo di libro, per finire con la più lucente delle verità individuali:
Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la Chiesa: e tenterò di esprimere me stesso in un qualunque modo di vita o di arte quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.
(…) Mi hai fatto confessare le paure che sento. Ma ti dirò anche che cos’è che non mi fa paura. Non mi fa paura esser solo o venir sprezzato per un altro o lasciare tutto ciò che tocchi lasciare. E non mi fa paura commettere un errore, anche un grande errore, un errore che duri quanto la vita e magari tutta l’eternità.
James Joyce, Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, Adelphi 1990 (trad. Pavese)
Ecco le basi. Per cosa volete, una vita imprenditoriale, una lotta idealistica, una riflessione religiosa. Ogni tanto le cito, mi sembrava giusto fissarle anche qui.
(Derivano da un riflusso di Anobiietà
)













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